DOTT. SALVATORE GUGLIELMINO

Nutrizione e infiammazione

CONVEGNO EXPOSANITA’ 2016

Partiamo dal fatto che ogni paziente, sportivo e non, che ha dolore, sia cronico che acuto ha infiammazione. L’infiammazione in se è un processo fisiologico, noi nasciamo da una risposta infiammatoria iniziale. Quindi la risposta infiammatoria acuta fa parte del processo di RIPARAZIONE. Quindi spesso andare ad agire fin da subito sull’infiammazione può portare ad un peggioramento della riparazione (blocchiamo IL e TNF alfa, che agiscono sul flusso sanguigno). Queste sostanze sono prodotte dai macrofagi e altre cellule e servono appunto per degradare i tessuti danneggiati.

QUINDI QUAL’ È L’INFIAMMAZIONE PIU’ DANNOSA?

È l’infiammazione cronica di basso grado, quella che non è palesemente manifesta e spesso addirittura è silente. Va comunque curata perché quando è presente anche poco dolore spesso quando si tratta il beneficio è molto elevato. Anche perché l’infiammazione cronica porta ad una diminuzione dei nocicettori (recettori del dolore) perché cosi risulta più sopportabile. In questi casi facendo il test della proteina C reattiva, questa risulta più alta della norma, e questa è un marker oltre che di infiammazione ma anche di rischio cardiovascolare.

(caso studio 2009 della durata di 15 anni) I pazienti che avevano livelli elevati di LSA e proteina c reattiva (PCR), dopo 10 anni avevano problemi osteo-articolari. Quindi curare l’infiammazione porta ad una prevenzione nei confronti della salute delle articolazioni.

COME SI RAGGIUNGE UN BASSO GRADO DI INFIAMMAZIONE CRONICA?

  • Infezioni croniche (batteriche o virali)
  • Insulino-resistenza
  • Intolleranze alimentari
  • Patologie gastrointestinali (infiammazione come quella della gastrite dallo stomaco possono espandersi fino alle articolazioni, tanto che alcuni marker sono stati trovati anche nel liquido sinoviale)
  • Deficit di alcuni micronutrienti
  • Eccessivo introito di proteine alimentari (nel sedentario)

 

L’insulino-resistenza è collegata alla sindrome metabolica e si ha un aumento della PCR quindi oltre che un dismetabolismo è presente anche flogosi sistemica, soprattutto a carico dell’apparato muscolo-scheletrico.

L’introito elevato di fibra alimentare e antiossidanti porta ad una diminuzione della PCR, dovuto al fatto che si ha un rallentamento dell’assorbimento di glucosio nel sangue. Questo avviene però nel soggetto in salute, perché quando il soggetto già è diabetico di tipo 2 insulino resistente produce più insulina di quella che dovrebbe servire, e ad elevati livelli di insulina è collegato anche un aumento di PCR.

Acidi grassi saturi e trans derivanti dalla dieta possono portare ad un’insulino resistenza (studio del 2014). (Dopo 12 settimane di assunzione di grassi trans e parzialmente idrogenati portano ad un aumento del 12% del TNF-alfa.) I muscoli diventano meno sensibili all’insulina per una sorta di disfunzione mitocondriale. Elevati livelli di insulina dovuti all’aumentato lavoro del pancreas, in concomitanza con elevati livelli di acidi grassi nel sangue, portano alla steatosi epatica (fegato grasso). Dopo anni può portare a steatoepatite. Inoltre si ha anche una disfunzione a livello epatico, cioè il fegato (grasso) produce a riposo più glucosio di quello che serve. Il fegato produrrà VLDL in una quantità maggiore della norma, queste col tempo si depositeranno nel pancreas e successivamente questo produrrà meno insulina. Quindi si ha meno controllo sul fegato che rilascerà ancora più glucosio.

Ovviamente un consumo eccessivo di fruttosio e carboidrati ad alto indice glicemico porteranno a insulino-resistenza. Basti pensare al consumo di bibite gassate e zuccherate nella popolazione americana. Circa il 48% degli adulti americani ne consumano 400ml al giorno in media e la maggior parte degli over 40 hanno una situazione di pre diabete.

Una dieta ad alto ig porta anche a ipertrigliceridemie.

(studio 2014, hiit) Questo studio prova che l’high interval training porta a una diminuzione del glucosio nel sangue nei pazienti diabetici sia nei pazienti sani.

Carenze di magnesio possono portare a resistenza all’insulina e nel tempo può portare, insieme ad altri fattori, alla sindrome metabolica. In soggetti con PCR maggiore di 3 se veniva somministrato il magnesio si vedeva già dopo una settimana una diminuzione di tale valore.

In pazienti con artrite reumatoide quando veniva tolto il glutine (che aumenta la produzione di netolina e quindi si aumentava la permeabilità intestinale), i marker infiammatori come PCR e interleuchine si riducevano.

Non bisogna essere necessariamente celiaci per avere disturbi con l’assunzione del glutine, esiste una tollerabilità intestinale. Quando si ha un aumento dell’assorbimento intestinale, si assorbono cose che non dovrebbero essere assorbite, il corpo non le riconosce e si ha una risposta infiammatoria, che può protrarsi nel tempo se non si toglie quell’alimento.

Un'alterazione della flora intestinale la troviamo nell’artrite reumatoide, questo porta ad un peggioramento della sintomatologia. Nel futuro prossimo il ruolo di probiotici e prebiotici sarà di primaria importanza nelle cure di diverse patologie.

È stato provato che chi mangia molti legumi vive più a lungo per via del basso ig, del contenuto di proteine e del contenuto di fibre. Questo si traduce in una diminuzione dei livelli di interleuchina 1 e 6.

Quindi viene consigliata una dieta a basso ig, sia per il mantenimento di una bassa massa grassa sia per la prevenzione dell’infiammazione.

La curcumina derivante dalla curcuma (spezia indiana) è molto studiata attualmente, riduce PCR, IL e TNF-alfa. Ma la maggior parte della curcuma presente nel mercato non viene assorbita dal corpo, quindi sarebbe opportuno utilizzare dei preparati come la BIO curcuma di Syform che rendono l’assorbimento ottimale.